|
|
mercoledì, 14 marzo 2007 E' inutile girarci attorno. Non scrivo qui da tanto tempo ormai. Forse questa parte di me è finalmente finita...dico finalmente perchè se ne apre una nuova. Questo blog dalle mille riflessioni e voli pindarici rimane qua, magari ad attendere tempi migliori, magari solo perchè mi piace pensare che tutto il lavoro svolto non va nel dimenticatoio tanto in fretta. Tutto quello che ha rappresentato sarà sempre con me, ma ora è giunto il momento di "crescere". Parte la musichetta... Chi vuole mi può sempre trovare su www.bar-sport.it. In bocca al lupo a tutti. fulmine lasciato da MaDLoST
| 00:16
| commenti (9)
martedì, 07 novembre 2006 Verso piano il jack, il whiskey va sempre trattato con riguardo. Assaporo il primo sorso che infuoca la mia gola e mi dona un brivido. Accendo la sigaretta poco dopo, quando le fiamme in gola sono diminuite. E poi, molto semplicemente, sorrido. Sorrido ora, al contrario di questa mattina quando mi sono trovato un commento che mi ha piegato a metà l’animo e fatto uscire lacrime, di gioia, di commozione, di come la vita ti lascia senza parole anche quando continui a leggerle. Che poi, mentre leggevo cercavo solo di capire. Allora, chi è mò sto qua? Mmh…è una tipa, oddio, chi è? Un anno a castello? Cazzo, la Veronica? L’anno che dice lei è metaforico, siamo stati insieme neanche sei mesi tra tira e molla…no, non è lei…è un uomo, è già bene, ho sempre timore a raccontare alla Sara di qualche mia ex che spunta all’improvviso…mmh…no, non può essere Alessandro…eravamo migliori amici alle elementari, che vuol dire l’anno? Mah, scrive come se non sapesse l’italiano, sembra Cèsar! Oh, cazzo…no, non ci credo…è lui. Cèsar, il mio amico spagnolo. Chi mi conosce bene, ha saputo di lui tramite il racconto della mia adolescenza. Una persona che per certi versi ho creduto di aver immaginato, in seguito, quando era scomparsa dalla mia vita da qualche anno, quando gli amici che ho e che ho avuto hanno appreso della mia esistenza dopo i miei 16 anni. Sì, perché non amo mai parlare della mia vita tra i 12 e i 16 anni e l’unica persona al mondo che mi ha conosciuto e amato come un fratello è apparsa solo qualche giorno fa, dopo che nei primi giorni del 1999 ci eravamo salutati all’aeroporto. Di quei saluti tra amici, ci vediamo presto, ciao merda, ciao stronzone. E dopo il gennaio del 1999 c’è stata qualche lettera, poi il silenzio, poi un’ultima mia telefonata dopo un anno o forse due, dove un’allegra vecchia spagnola mi dice che Cèsar non esta mas, o almeno così io capisco e così credo che Cèsar sia morto, butto giù il telefono e crollo per qualche mese, fondamentalmente sviluppando la fantasia di aver capito male o, appunto, di aver da sempre immaginato questo amico spagnolo. E stamattina, poco prima di uscire, così tanto perché era una settimana che non controllavo posta e siti vari, ecco quelle parole ad aspettarmi. E il flusso dei ricordi mi ha travolto come fosse un’onda anomala. Ripeto, solo chi mi conosce bene può avere un barlume di idea su chi fosse questo spagnolo. Credo che possa riassumere il tutto dicendo che è stato colui che mi ha iniziato alla vita, o forse, all’amicizia, quella vera, che oltrepassa tempo e spazio. Chi mi conosce bene, mi conosce sicuramente dopo i miei 16 anni e sa che l’amico leggendario che ho sempre avuto si chiama Fabio e che tra alti e bassi siamo sempre riusciti ad essere uniti. Di lui ho scritto tanto e parlato tanto, c’è sempre un episodio strano o delirante o metafisico che posso raccontare citando qualche avventura che abbiamo vissuto. Nel tempo sono arrivati Anna, Marco e Davide, persone che mi sono vicine da anni e qualche bella amicizia costruita e in seguito demolita o annebbiata. Ma prima di tutti è arrivato Cèsar. Partiamo dal presupposto che fino a 12 anni abbiamo tutti, più o meno, amichetti con cui giocare. Arriva in seguito l’adolescenza e sviluppiamo tutti i rapporti e il nostro interagire con tutto ciò che è al di fuori di noi e della nostra sfera privata o familiare. La maggior parte della gente si porta amicizie dalle medie o dalle superiori, crea legami durante l’adolescenza, appunto. Ecco, dai 12 anni fino ai 15 anni non ho avuto amici. Senza eufemismo, non avevo nessuno con cui parlare. Ero semplicemente grasso, ingenuo, sognatore e permaloso, una combinazione distruttiva. Poi è arrivato un nuovo ragazzo in classe. Lui non sapeva l’italiano, io non sapevo come muovermi nella gente. Lui era appena arrivato, io non ero ancora partito. Lui aveva carattere, io ero tra i più brutti e stupidi della scuola intera. L’unica cosa che ci accumunava era che eravamo estranei a tutti, a quel punto. E forse per questo mi sono avvicinato per la prima volta a lui dicendogli che l’italiano è semplice da imparare. Lui mi ha poi insegnato a vivere. Io che mai e poi mai sarei andato in due in motorino, è pericoloso e i miei non vogliono, dai. Io che mai e poi mai avrei bevuto una birra, che schifo di sapore, dai. Io che mai e poi mai volevo provare a fumare, ma che, sei scemo? Io che mia e poi mai avrei capito quanto i gesti e le parole siano importanti, quanto il provare sia sempre meglio del rinunciare in partenza, quanto il rock faccia meglio delle canzonette stupide da top chart, quanto sia doloroso salutare la prima persona che abbia mai creduto in te. I miei 15 anni sono stati la scoperta del mondo. Un anno e poi ciao, ti vengo a trovare a Madrid. Poi a 16 anni vado in Inghilterra con Fabio, diventiamo amici, dimagrisco e torno ancora rinnovato. Come un giovane allievo che torna dal maestro, io vado a trovare Cèsar a 17 anni, siamo cambiati entrambi, ma tanto da cambiare quel legame che ci ha unito nel tempo. Madrid, se non ricordo male…Villanueva del Castillo…forse uno dei più bei capodanni che abbia mai passato, anche perché i miei capodanni sono spesso disastrosi. E poi ci vediamo presto, ciao merda, ciao stronzone. E negli anni, a guardare il cielo e trovarsi a dire hai visto, amico mio? Nono sono più lo sfigato del liceo, so muovermi ora, in questo casino che chiamano vita…sto imparando sempre, ma guarda, ho fatto e faccio ancora tutto quello che sognavo di fare quando parlavamo insieme, non mi faccio più mettere i piedi in testa, guardo dall’alto in basso alcuni nostre vecchie conoscenze, non sono più il verginello che sognava la donna e si ammazzava di seghe. Ho qualche buon amico e mi piacerebbe presentarteli, conoscendo loro potresti capire meglio il mio presente. Sono stato parecchio incazzato con la vita, come un giovane Kurt Cobain, hai ragione, ma ora va molto meglio, sono sereno, direi, a parte i casini che ogni tanto riesco ancora a combinare. Ho imparato a suonare la chitarra e il basso e ne avrei da raccontare al proposito…pensa che ho avuto un gruppo e abbiamo fatto due cd, poi ci siamo sciolti; ora suono con uno nuovo e faccio del metalcore, scaricati qualcosa degli Atreyu o degli Avenged Sevenfold se sei zoppicante in materia! Con le ragazze, bè, mi sono divertito. Sono stato un fidanzato perfetto e un gran bastardo e un passatempo, alcune mi hanno fatto male, altre le ho solo vissute e no, tranquillo, non mi sono mai fatto nessun troll di caverna, rido ancora quando ci penso. Ora sto insieme quasi da un anno ad una donna veramente in gamba, ma non te la presento perché poi le racconti di quanto ero sfigato e mi fai fare brutta figura! Eh! Eh! Ho fatto tanti lavori, barista, copywriter, account junior, sicurezza e nel mentre mi sono laureato in Sociologia…ora sto seguendo la specialistica in Marketing e Pubblicità, ma ci vuole ancora un po’ per la fine…ah, chiamami pure dottore d’ora in poi, non mi offendo! Mia sorella si è sposata e sono due volte zio…a proposito, quella gran gnocca di tua sorella che fine ha fatto? A casa tua a Madrid ero sempre in tachicardia quando mi parlava! Cazzo, che ridere! I miei stanno bene e si ricordano ancora di te, forse è per questo che alla fine non ho mai ceduto alla mia fantasia, quella che ti vedeva come un amico immaginario! Mi accendo una sigaretta e i ricordi che ho prendono forma nel fumo bianco. Nel mio cuore c’è sempre stato il mio amico spagnolo e la Spagna e ora ho un nuovo motivo per tornare là. Fatti sentire presto e raccontami un po’ come sei sopravvissuto a questi anni. Ciao amico mio, a presto… Poi torno con gli occhi a terra e riprendo a camminare, con un sorriso sul volto e qualche pensiero su quanto, a volte, la vita ti lasci senza parole e con qualche immagine che non perderai mai.
fulmine lasciato da MaDLoST
| 21:57
| commenti (10)
martedì, 19 settembre 2006 Non si scrive per niente. Non si parla per niente. Da qualche parte tutte quelle parole andranno a finire, no? E ogni volta mi chiedo dove. Tre sigarette rimaste nel pacchetto, come tre stelle tatuate sulla spalla destra, come tre sul registro di classe alle superiori, come tre la santa trinità, come tre le volte che mi sono innamorato davvero, come tre gli anni in Inghilterra, come tre le persone che mi conoscono da 24 anni, come tre le cicatrici che ho addosso, come tre erano i mondiali vinti prima di questo anno e tre volte vaffanculo Francia…come due le sigarette che ora rimangono, come due le persone che fanno nascere un amore, come due le posate che uso per mangiare una bistecca, come due gli amici sbronzi che si aggrappano l’uno all’altro condividendo una risata e un pianto, come due le caviglie che sono andate in pezzi, come due i libri che devo ancora finire di leggere, come due di due un tempo lontano…come una la sigaretta che rimarrà per starmene da solo alla mia finestra, come una la gamba che sarà nel vuoto e come uno, lo sguardo al cielo chiedendosi cosa succederà domani, come un giorno dopo l’altro, come una canzone che ci portiamo sempre dentro, come un solo cuore che batte e batte e batte diversi battiti in diversi minuti in diverse ore in diverse giornate. Come una vita. E alla fine torno sempre a fare i conti con qualcosa che vorrei capire, ma che in fondo non c’è nulla da capire ed è bello così, come una donna, come trovare una formula magica per aprire a volte le sue labbra, a volte le sue gambe, a volte solo un sorriso. Sbuffo…il vaneggiare mi stanca a lungo andare. Oggi Bologna mi ha di nuovo accolto in sé, un po’ signora, un po’ puttana, sempre bella e solare, sinuosa e ordinatamente caotica, sì, la città che è diventata anche un po’ mia. Dopo un’estate passata in mezzo a migliaia di persone, sono cinque giorni che seguo a ruota solo me stesso e i miei voli pindarici. Avrei potuto farne un libro, davvero. Avrei potuto annoiare quelle persone che nonostante tutto leggono ancora quello che scrivo. Magari un giorno lo farò davvero, i sogni sono belli perché lontani. Oggi ho camminato parecchio, già. Ho visto tanta gente, ma mi sono fermato solo con i miei pensieri. Quelli con cui avrei potuto scrivere un libro e annoiare qualcuno, tanto per rendere l’idea, l’ho già detto? I miei pensieri hanno preso forma e sono diventati luoghi, persone, musica, colori, parole, sguardi, sorrisi, birre, odori…insomma, un bel casino per uno schizofrenico. E ho pensato alle donne che ho avuto nella mia vita. Ho sempre imparato tanto da loro. A volte a suon di sospiri, a volte a suon di chiacchiere, a volte a suon di sensi di colpa o ferite più o meno rimarginabili. E poi mi sono venuti in mente gli amici. Che cosa strana che è l’amicizia. A volte daresti anche la vita per salvarne qualcuna. Altre volte la compri solamente per qualche anno, poi la rivendi al miglior offerente. E poi a mio nonno, sì, ho pensato a mio nonno e tutto ciò che gli può essere passato davanti agli occhi nei suoi 87 anni di vita…o erano 89? A mio nonno che mi faceva saltare sulle sue gambe e mi cantava “volare…oh, oh…cantare…oh, oh, oh, oh” e che mi manda ancora lettere scrivendole con la sua antica macchina da scrivere. Mi sale sempre un groppo in gola, cazzo. Ho pensato che i suoi occhi non hanno ancora visto la mia Bologna, quella di oggi, che ride e ti fa ridere…e che non so se mai riuscirò a fargliela vedere, perché è vecchio, perché non fa più viaggi, perché non riesce più a camminare bene. E allora ho cullato per un po’ anche il suo pensiero, perché il suo cuore è quello più incantevole del mondo, nonostante tutto quello di sbagliato che può avere fatto. E poi ho pensato a quanto faccia bene piangere, a volte. Anche con il sole in faccia. Ho continuato a camminare tra la gente, mi sono soffermato all’incrocio tra via Indipendenza e via Rizzoli e mi sono preso un caffè dove piace andare alla Sara, rigorosamente al bancone che al tavolo pago con la liquidazione dell’estate altrimenti. Quel caffè l’ho bevuto con lei e anche la sigaretta seguente è stata con lei. E abbiamo riso un po’, perché la mia donna riesce sempre a strapparmi un sorriso anche quando ho la morte in gola. E mi ritrovo ancora sotto i portici di questa magnifica città. E ancora attraverso i portici della mia mente, soffermandomi in qualche negozio a spulciare dvd che le videocassette sono state incenerite da un pezzo. Cazzo, i goonies, grosso guaio a chinatown, navigator, labirinth…film storici…stand by me, indiana jones, ritorno al futuro…e poi Mastroianni, Gassman, Sordi, Eastwood, Dean…e finisco alle novità, per poi uscire. Respiro. Una ragazza mi sorride mentre mi incrocia, la conosco? No, è solo per fare ingelosire il ragazzo che le sta a fianco, il quale mi guarda con ferocia. Avranno venti anni, penso. Cazzo, ne ho quattro in più e devo anche decidere cosa fare della mia vita a mesi. Un lavoro, prioritario. Mettermi dentro con lo studio…meno prioritario, più godereccio. Trovarmi il monolocale, molto prioritario, ma sta dietro al lavoro, ziobono. E guarda come sono passati questi anni. Qualche giorno fa giocavo con gli starcom, qualche più tardi uscivo in un pub inglese, poi suonavo e bevevo e oggi…sì, bevo ogni tanto, viaggio, studio e lavoro e cerco una casa dove andare a vivere. Cazzo, se passa il tempo. È così che deve andare? Avrò una famiglia e ripenserò a questi anni come ora sto facendo con gli altri precedenti? Avrò bollette e stress e comune vita qualunque? Mi accendo una sigaretta e sorpasso i ragazzi. Sì, il tempo passa. Come i miei piedi sui sampietrini di Bologna. Non so dove vada il tempo. Non so dove andrò io, una cosa alla volta mi dico o forse è solo una scusa perché non so cosa sia l’organizzazione e soprattutto cosa sia l’organizzazione della mia vita. Credo comunque che sarò malinconicamente felice perché ho sempre fatto a modo mio, nel bene e nel male. Se avrò una famiglia, se vivrò da solo e vivrò di una donna alla settimana, se mi andrà bene con il gruppo o con un fantomatico romanzo di una generazione dispersa e beata e impaurita dal mondo, se ci sarà ancora qualcuno ad ascoltarmi, o meglio da ascoltare. Fumo ora l’ultima sigaretta. Magari il tempo va a finire con tutte quelle parole che ci sono sempre. E che ogni tanto ritroviamo. fulmine lasciato da MaDLoST
| 01:59
| commenti (13)
giovedì, 24 agosto 2006 Dove sei finito, Matteo? Non lo so. Non so neanche più se mi ricordo la grammatica italiana, non ho mai avuto tempo e voglia per scrivere qualcosa di decente. Hai presente quando gli eventi diventano più veloci, più forti, più fugaci di te…e te rimani indietro? Indietro su tutta la linea, finchè non ti fermi un attimo e allora osservi da lontano quello che è successo. E quello che forse sta succedendo. Quello che accadrà no, è troppo lontano, non puoi neanche immaginarlo. Ti sei fermato? Non è proprio una sosta, è solo una piccola pausa. Fra qualche ora sarò di nuovo là, sullo stupendo lago di Garda che non mi sto godendo neanche un po’. A maggio mi sono trasferito a pochi passi da quel enorme contenitore di acqua e l’unica volta che mi ci sono buttato è stato quando una squadra dai colori azzurri ha alzato una coppa dorata al cielo. Sigaretta? Sì, grazie, che al lavoro devo sempre imboscarmi per farlo. L’auricolare che continua imperterrito a segnalare quello che succede, ok, Gardaland è sotto controllo, facciamo in fretta con questa paglia che se passa qualcuno, poi vado nei casini…Ecco, cazzo, l’ho appena accesa e devo correre dall’altra parte del parco che qualcuno sta male…il solito culo, vabbè…magari in pausa me ne fumo due di fila, ho voglia far avvolgere i miei pensieri dalla nebbia. Che poi non mi dovrei lamentare, è un bel lavoro, in fin dei conti. Mi pagano per osservare. Intervenire quando è necessario. Prendermi insulti perché le divise ed i regolamenti non piacciono a nessuno. Neanche a me, a dire la verità…ma sono sempre i peggiori quelli che passano le barricate. Quindi è da maggio che… …sono lontano dalla mia Bologna, la mia città, la mia madre, la mia puttana. A lavorare per un’estate che è trascorsa vestendo pantaloni ignifughi, polo beige e scarpe antinfortunistiche che pesano un chilo l’una. Una targhetta per nome. Una radio al cinturone. Un auricolare come migliore amico. Mi pagano per osservare. Camminare. Correre. Risolvere le situazioni poco gradevoli. E sono lì, sotto il sole, sotto l’acqua, sotto un cielo che non dimenticherò mai tanto è bello da quelle parti. E c’è tutto il tempo per pensare, in mezzo alla gente. Gente che paga 25 euro per lasciare il cervello a casa ed io che guardo questa moltitudine inneggiare al divertimento. No, non è male. Loro lasciano i pensieri lontani, io li cullo attraverso le camminate. Quando ci sono i fuochi d’artificio è ancora meglio…vedi tutti che si fermano, naso al cielo, e tu cammini tra loro, li guardi, vai controcorrente. Mi pagano per andare controcorrente. Mi pagano per osservare. E intanto penso a tutto l’universo. Mad universe. E la tua vita? La mia vita? Sono stanco, tutto qua. L’ho detto, mi manca Bologna e ciò che comporta. Mi mancano i miei momenti di solitudine, mi mancano i visi a cui sono abituato, mi manca camminare sotto i portici e fermarmi davanti al Nettuno, mi manca cazzeggiare con Sara, mi mancano le sbronze al cade, mi manca il mio gruppo che cambia nome ogni mese, mi mancano le notti passate a scrivere…mi manca anche quel amico in cui ho sempre creduto, già…certe cose torneranno, altre no, così va la vita, no? E ogni esperienza ti segna, in qualche modo. Non so cosa mi attende realmente al mio ritorno…quattro mesi non sono tanti, ma possono diventarlo. I progetti futuri sono annebbiati, li ho accantonati per un presente importante, ci voglio pensare in seguito. Sono felice a tratti, a volte sono solo stanco, altre sono immerso nei ricordi, altre ancora sono solo intento ad aiutare una persona o a litigarci…strana estate, questa, ma non sono pentito di nulla. Rifarei tutto. Tutta la mia vita, ogni scelta, ogni sbaglio. E poi? E poi mi infilo l’ultima sigaretta tra le labbra, mi piacciono le uscite teatrali, alla Bogart o alla Dean…sono un melodrammatico, un romantico ottocentesco del cazzo, uno che della vita deve ancora capire molte cose, uno che vorrebbe salvare tutte le sue lacrime ed i suoi sorrisi dentro un cofanetto e regalarle ad una persona, uno che osserva, uno che pensa. E abbiamo vinto il mondiale. fulmine lasciato da MaDLoST
| 11:19
| commenti (14)
martedì, 25 aprile 2006
Ventiquattro anni di vita. Non sono tanti, ma non sono nemmeno pochi per chi ha già visto tanto ed è consapevole di non aver visto ancora abbastanza, né in male, né in bene. Ho collezionato amori e amicizie e tante botte che ogni tanto la vita regala perché ti prende in simpatia. Ho collezionato illusioni e sogni e martelli anti-panico con cui distruggi o vedi distruggere entrambi. Ho collezionato avventure e tragedie, sbagli e scelte, risate incontenibili e lacrime salate, cicatrici e tatuaggi, fiumi di alcol e tante, forse troppe, sigarette. E nonostante tutto questo, sto continuamente imparando a vivere. Sbagli e scelte sono i motori che mi fanno andare avanti, cuore e cervello sono acceleratori e freni, orgoglio e affetto e sano egoismo sono la miscela che uso…ma questa autostrada è davvero un bordello che non conosco e che mi riserva sempre sorprese che a volte si chiamano urti, altre incidenti e altre ancora paesaggi panoramici che fan bene all’anima. Smetto di filosofeggiare, che è meglio, và. Vado di rewind che è più divertente. Parto dalla mia infanzia, bambino terribile che amava capire come funziona il mondo, il classico teppista che distrugge il giocattolo per capire come fa ad andare avanti, uno stronzo impenitente che sapeva farsi voler bene grazie agli occhioni e l’acuta osservazione. Erano belli quegli anni: il mio fidanzamento più lungo alla scuola elementare, Lorenza, uno dei bambini forti a calcio che nella ricreazione delle elementari veniva sempre “acquistato” tra i primi, il saper scrivere bene e i compiti sempre fatti con diligenza, le fidanzatine che prendevo grazie alla raffinata tecnica del “vuoi metterti con me? Sì, no, forse, barra la casella che preferisci e vediamo”, le corse in bicicletta, la pallacanestro e i primi incontri con ragazzi più grandi, il pomeriggio a giocare sempre da qualche amichetto…e zero problemi, nessuna paura. Poi le medie ed il lento collasso del mio mondo. Il mio fisico comincia a cambiare e inaspettatamente scopro che si ingrassa senza attività fisica e con il mangiare schifezze a qualsiasi ora; includendoci anche l’adolescenza che scombussola gli ormoni ed il fisico, il quadro si delinea. La mia arroganza non poteva andare di pari passo con il mio terribile aspetto fisico, tragicamente modificato e allora scendo nella classe più abbietta del genere umano. Quella degli sfigati. Me ne accorgo quando è tardi e quando vivi in un paesino di venti mila abitanti, è davvero troppo tardi per recuperare o farti spazio in qualche altro ceto, tipo quello dei ciccioni buontemponi o quello dei benvoluti alle feste se portano le patatine. Seconda media, terza media. Il vuoto attorno a me, neanche un amico con cui parlare, ma tante voci che ti sparlano addosso. Prima superiore, seconda superiore. Riprendo con il basket, ma è una vita dura quando non hai più credenziali. Se anche giochi bene, sia nel campo che nella vita, non ottieni nessun applauso, nessuna pacca sulle spalle, nessuna carezza. I ritorni a casa da scuola e i pianti in sordina in una camera silenziosa, il telefono che non squilla mai se non perché un’amica di tua madre chiama e ti scambia per lei talmente la tua voce si ha ancora da fare, le continue umiliazioni per strada perché i ragazzi sanno essere davvero perfidi quando vogliono, la ragazza che ti piace tanto che si diverte a sparlare di te con le amiche che ti guardano come un fenomeno da baraccone. Terza superiore. Inghilterra ed il ritorno in Italia. Il fisico cambia nuovamente nel giro di un anno e tutta la merda che hai ingurgitato non ti ha reso solo forte, ma anche cattivo, a tuo modo. Finalmente rialzo la testa e lo faccio con il ritmo punk che non guarda in faccia a nessuno, conquisto qualche buona amicizia che però continuerà a non sapere nulla di me per qualche altro anno, il mio aspetto risulta gradevole e me ne accorgo. Dai 16 ai 19 anni mi prendo le mie rivincite, a volte esagerando, altre con gusto, altre non prendendole affatto perché l’aria da superiore mi piace. La cattiveria ed il dolore sono onnipresenti. Comincio a fumare, bere e scrivere. Comincio a suonare e finisco la mia carriera cestistica nel migliore dei modi, distruggendomi le caviglie in una partita di B2, riprendo arroganza e orgoglio e lascio avvicinare poche persone che credo siano le migliori del pianeta. Al tempo avevano il nome di Panza (dalla sua inconfondibile pancia), Pecora (dalla sua inconfondibile giacca) e Fabio (dal suo inconfondibile essere Fabio). Forse sono gli anni ruggenti, gli anni del motorino, delle prime grandi stronzate, del primo tragico e inconfondibile primo amore, dello spacchiamo il mondo prima che il mondo spacchi noi, del non ho più paura di niente e so sempre come gira e delle tipe rimorchiate il sabato sera o durante le fughe da scuola, rimorchiate e trattate peggio di un cane bastonato. Che poi io non l’ho mai capito perché alle donne piacciono tanto gli stronzi, non l’ho mai capito, ma ne ho sempre abusato. Finisce la scuola superiore e comincia l’università. Nuovo giro di boa, primo tatuaggio, prime grandi novità, come Chiara che riesce ad entrare nella mia vita senza colpo ferire e vecchi dolori dal rinnovato sapore, come Panza e Pecora che escono dalla mia vita portandosi dietro la mia delusione ed il grande sogno della musica. Per non parlare della famiglia che ti riconosce responsabilità ed impegno e che ti vuole come membro attivo, a buona ragione. Sinceramente questi anni devo ancora etichettarli. Ne sono successe di cose, tante, alcune che rimarranno solo con me e non se ne andranno mai a gironzolare per qualche mio foglio di carta. Sono anni che passano veloci e le lezioni sono così tante, gli sbagli ancora di più, le scelte da fare più articolate e l’esperienza che ti rende la vita più difficile perché ci procura più spesso della paura di sbagliare e poco spesso delle ampie vedute che ci possono aiutare. Arriva la laurea, va via la Chiara, passa una certa Veronica e intanto altre mille storie, mille visi, l’indifferenza, le delusioni, le gioie, le telefonate notturne, le piccole vittorie, poche spalle a cui appoggiarti quando sei stanco, le illusioni, le promesse tradite, i fogli di carta A4, le lettere, la musica, le belle amicizie costruite e demolite, l’incoscienza di una seconda adolescenza perché i tempi sono quelli che sono, si sa, sono ragazzate. E mi ritrovo ora, ventiquattro anni dopo quel 23 aprile 1982, zio di due nipoti, fidanzato e innamorato di Sara, una persona che mi ha fatto recuperare molte cose che ho perso e non lo sa neanche, con qualche amico fidato lontano, Marco di Roma e Davide di Padova e una “sorellonza” bolognese di nome Anna, un centinaio di conoscenti più o meno importanti e un gruppo che mi ha fatto rimettere le mani sul fedelissimo basso. Anche Fabio se ne è andato purtroppo, forse la persona con cui ho passato più avventure e disavventure della mia vita, ma si sa, certe cose e persone ti passano attraverso ed è giusto così. E ci sono mille nomi e mille storie e mille visi e mille pensieri. E nulla si dimentica, purtroppo o per fortuna. E ci sono io, ancora, ventiquattro anni, testa rasata come da bambino, cicatrici e sogni. E nonostante tutto questo, sto continuamente imparando a vivere.
fulmine lasciato da MaDLoST
| 21:25
| commenti (26)
giovedì, 16 febbraio 2006 Fine di un anno, tempo di grandi bilanci. Di solito si fanno prima del fatidico 31 dicembre, ma io arrivo sempre in ritardo e sorrido fuori tempo e non ci faccio caso. Verso l’amaro nel bicchiere fondo, lo guardo, ne bevo un sorso e mi accendo una sigaretta e già il fumo crea qualche gioco, qualche ricordo, qualche illusione. Qualche bilancio. Che poi, intendiamoci, che bilanci vogliamo mai fare? Oh questo lo terrò a mente, questo no, oddio che serata che è stata, che periodo orribile quello, ah sì di gran lunga la settimana più bella della mia vita…cazzate, tutte cazzate. Di vero c’è che quello che ci ha ferito ce lo porteremo sempre dietro e quello che ci ha donato piccoli sorrisi negli occhi lo segneremo sullo scaffale dei bei ricordi. Di vero c’è che azzeriamo i nostri sbagli e soppesiamo meglio quelli degli altri, che dai, anno nuovo, vita nuova e toh, guarda, dieci centesimi per terra, porteranno bene. No, io non voglio tutto questo. E allora prendo uno di quegli orrendi post-it, una biro indelebile e ci scrivo poche parole per un solo, unico, buon proposito per l’anno in fasce. Essere migliore. Lo leggo, mentre aspiro un’altra boccata. Cosa vuol dire? Vuol dire tenermi tutte le mie cicatrici senza rancore, vuol dire affrontare un passato impietoso, vuol dire capire di valere davvero qualcosa. Sbuffo. No, la solita pappardella filo-induista da seghe mentali me la voglio risparmiare e allora arrotolo il foglietto e lo butto alle mie spalle. Ne prendo un altro. Hic et nunc. Lo guardo. Ora e adesso. Per ricordarmi che non voglio semplicemente esistere, ma vivere. Vivere bene, se possibile. Ciò significa sapersi mettere in gioco, sapere osare e rischiare, raggiungere quelle stelle che ho sempre paura di sfiorare e che cerco sempre. No, ancora con le menate psicolabili. Questa volta prendo l’accendino e lo brucio ‘sto post-it del cazzo. Sì, lo brucio evitando di dare fuoco a mezza casa. Nuova scena, nuovo foglio. Smettere di fumare. Questo lo leggo con aria schifata, pensando se posso direttamente usarlo come cartina. Cestino immediatamente parole e pensieri e vado avanti così per una buona mezz’ora. Accendendomi un’altra sigaretta, naturalmente. Mi ritrovo con la mia chitarra nuova sulle gambe, strimpellando qualche accordo a caso e fissando il vuoto, quando davanti agli occhi mi appare la scena di Barcellona. Seduti su uno scalino di un negozio di cattivo gusto, Sara che mi guarda con il sorriso e gli occhi che possono portare alla follia un uomo, io che sbaciucchio la custodia di questa simil-fender. E la gente che passeggia distrattamente e macchine a rilento per una strada troppo grande anche per loro. E piano piano scatta il rewind. Mi ritrovo sulle ramblas a calciare una lattina di birra attraverso un fiume di persone, a passarla e a farmi dribblare da una piccola donna che è arrivata dal nulla e che mi ha traghettato in un nuovo anno tra risate, baci, discorsi futuristici e pedagogie sullo stare insieme, orribili paste senza sale, eterne camminate a cercare una botola segreta che portasse alla stazione, fazzoletti di carta alla mano e cartina del scommetti-che-ho-ragione-io?, colazioni al buenas migas e patatine che danno dipendenza e mal di stomaco. Sorrido. La chitarra non suona più. È il 2005 ora che fa da sottofondo. E allora vedo le lacrime contenute di un amico – di quelli che non ne fanno più – che vuole un cambio di rotta e vedo le mie disperate di un mese precedente, perso tra gli effluvi di alcol e ferite mal rimarginate, scorgo la rabbia di essere delusi e fraintesi di colonne che fanno ancora parte della mia vita e ne faranno sempre, trovo chilometri mangiati all’asfalto in un’estate afosa e immagini di surf alla io-speriamo-che-me-la-cavi, sbronze e amori abusati e traditi e divorati e leggo parole di chi non ha mai guardato i miei occhi, ma che ha colorato a tinte calde quel blu che spesso indosso, chi con foglie a stella e nuovi mondi da poter esplorare su una tokyo blues, chi con le chitarre malinconiche di un cd dedicato e con notti di complicità e solitudini condivise e speranze tradite, chi con due birre alle 5 del mattino ti parlava di ciò che il passato ti segna e che il presente ti intimorisce e fai affidamento ad un futuro precario, chi ti manda qualche messaggio che ti strappa un sorriso, a centinaia di chilometri di distanza. È un rewind che non lascia spazio al caso ed ecco che il caldo si mescola al freddo, quel freddo che avverti quando non ce la puoi fare, quando il peso di un mondo rovinato crolla su te che sei già maceria, quel freddo che conosci bene perché ti ha gelato le vene per notti e giorni e giorni e notti, fino a farti diventare duro come il marmo, intransigente alle buone emozioni, forse un po’ brutto e forse un po’ cattivo, quel freddo così difficile da togliersi addosso, freddo chiamato delusione, tradimento, paura, dolore, cattiveria, rimpianto, rimorso, rassegnazione e quel freddo che ci rende meno e più umani, dipende se viene assorbito con il tempo o con la volontà. No, io non li voglio i grandi bilanci, io voglio tutto questo. Me lo trascinerò sempre, voglio il mio dolore e voglio le mie gioie, i miei fallimenti e le mie vittorie, voglio il caldo ed il freddo, pesante o leggero, voglio tutto ciò che sono stato e tutte le persone che mi hanno fatto e che non ci sono e che ci saranno o meno. Voglio le mie scelte e ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, voglio le mie esperienze e voglio la mia libertà di credere che da qualche parte si arriva sempre, che caschi il mondo, si arriva sempre da qualche parte. Abbasso gli occhi e tocco le corde della chitarra. Altri suoni, altre notti, altri soli. Fine di un anno, si passa all’altro. Non è tempo di grandi bilanci. È semplicemente il nostro tempo. Prendo allora un nuovo post-it, l’ultimo rimasto e ancora la biro indelebile, alzo lo sguardo al soffitto e poi…attacco il foglio vuoto perché voglio riempire ogni istante con ciò che sarò e con chi sarà vicino a me, tra i miei sogni, le mie seghe mentali, i miei progetti e sì, la mia funambolica vita. fulmine lasciato da MaDLoST
| 23:21
| commenti (17)
|